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Fase 2: nuova gestione del virus «Non cerchiamo solo i colpevoli, ma le cause della malagestione dell’emergenza»

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«Il contagio si combatte direttamente nei singoli territori. Le imprese? Saranno protagoniste della sicurezza dei dipendenti». Il capogruppo regionale del Partito Democratico, Fabio Pizzul, chiede indicazioni precise per la Fase 2 del Covid-19 e verifiche sugli errori commessi durante il lockdown. Fondamentale per la ripartenza sarà la regia di Regione e Governo. Intanto, questa mattina, in Consiglio regionale si discute la mozione sulla gestione delle Fase 1.

«Non vogliamo chiedere solo le dimissioni dell’assessore Giulio Gallera, non ci interessano le sue sorti. Vogliamo un cambio di atteggiamento di Regione Lombardia nella gestione del virus. Questa è la vera priorità!». 

    Comincia la fase 2, che forse sarebbe meglio chiamare la 1.2. Cosa sarà fondamentale, in ogni caso, per la ripartenza?

«Sarà fondamentale avere indicazioni chiare e univoche. Mi auguro infatti che tra Regione e Governo si trovi il modo di dire ai cittadini cosa si potrà fare e cosa no. Ma sarà altrettanto fondamentale tenere d'occhio la sanità territoriale. Una vigilanza sanitaria in grado di capire se la progressiva riapertura ci starà riportando verso un aumento dell'indice di contagio oppure verso una fase 2 effettiva».

 Quale sarà il ruolo delle imprese?

«Prima di tutto quello di rispettare le regole, quindi essere protagoniste di un'attenzione per la sicurezza sanitaria dei loro dipendenti. Ci sono tutte le condizioni perché possano fare bene. Ma bisogna tuttavia fare in modo che per loro la ripresa non si trasformi in un grande costo aggiuntivo. La dimensione della sicurezza dovrà pertanto essere a cura delle Istituzioni e non uno scaricabarile sulle aziende che hanno voglia e necessità di riprendere al più presto. Serve una responsabilità condivisa».

 Nella fase 1 qualcosa, però, non ha funzionato. Soprattutto sul fronte delle Rsa. Da qui la commissione d'inchiesta per ricostruire le ultime vicende.

«E' una commissione che non vuole ricercare i colpevoli ma le cause della malagestione. Abbiamo 14mila morti, un contagio che non sappiamo ancora quanto sia diffuso, ma anche situazioni dolorose come quelle che hanno riguardato le case di riposo. Non dobbiamo pensare che sia stato fatto tutto bene. In realtà, non hanno funzionato né le indicazioni preventive né i dispositivi di protezione. Ci preoccupa molto, quindi, che si voglia bypassare il problema. Non è così che si evita, cosa che non ci auguriamo, nuove recrudescenze dell'epidemia».

 Restiamo sulla sanità territoriale. Cosa non ha funzionato?

«Non è avvenuta un'integrazione tra sanità e territorio. E' stata smantellata una rete di sanità territoriale fatta di prevenzione, medicina del lavoro, collegamenti con i medici di medicina generale. In altre parole, è venuta a mancare una medicina di prossimità. Presidio territoriale, va ricordato, significa avere medici e servizi a cui far riferimento, stando magari a casa per ricevere cure, ma avendo la garanzia di essere seguiti. Solo il 25 marzo Regione Lombardia ha attivato le Unità speciali di continuità assistenziale. Ebbene dovevano essere 200 e sono poco meno di 50. Queste non rappresentano comunque la soluzione bensì il tentativo di mettere le pezze agli errori. Altre regioni, come Veneto ed Emilia Romagna, hanno fatto sì che arrivassero molti meno pazienti in ospedale rispetto a noi. In ospedale si contrasta la malattia, sul territorio si ferma il contagio».

 Sentiamo tanto parlare di test sierologici. Cosa ne pensa?

«Bisogna usare ogni strumento secondo un criterio di utilità. I test sono importanti per tracciare la diffusione dell'epidemia, ma per capire la contagiosità dei pazienti rimane determinante il tampone. In sintesi: test per la diffusione e tamponi per la diagnosi. L'ideale sarebbe l'incremento di entrambi. Non da ultime, app e sicurezza fuori e dentro il lavoro.  Il mix di tutto questo ci fa ben sperare per la Fase 2».

 Il tema mascherine. Con il prezzo a 50 centesimi, ora sembra siano introvabili... 

«C'è il rischio di un sistema bloccato. Bene aver fissato un prezzo. Adesso il problema è che si rischia di metterne in crisi il mercato. Troveremo in Italia imprenditori che riescano a produrre mascherine a un prezzo tale da poter essere commercializzate a quella cifra? Bisogna poi capire se il prezzo sia praticabile senza danneggiare nessuno della filiera».

 C'è anche il tema della liquidità alle imprese. Quali le difficoltà per accedere ai finanziamenti?

«Il decreto rappresenta uno sforzo importante. Ma in Italia lungo la strada troviamo sempre ostacoli cronici. Le banche devono essere più coraggioso e nell'erogare le misure, ma esistono tante regole spesso sottovalutate. L'ok dell'Unione Europea, per esempio, doveva arrivare ben prima. Cifre e modalità sono comunque positive».

Ancora congelate le celebrazioni religiose. Cosa ne pensa?

«Credo si sia scritto troppo nero su bianco. Bisognava puntare sulla responsabilità delle comunità…». 

La cabina di regia con tutte le minoranze è rimasta lettera morta. A che punto siamo?

«Non abbiamo ricevuto risposta, Fontana ha perso un'occasione. A livello romano, al contrario, la cabina c'è nei fatti, un po’ meno raccontata a livello mediatico». 

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Autore:fmh

Pubblicato il: 04 Maggio 2020

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